Ha ormai poco meno di 21 anni la legge n°353 del 21 Novembre 2000, “Legge-quadro in materia di incendi boschivi”, che prescrive la reclusione per chi ne è responsabile e l’interdizione temporanea delle aree colpite.

Questa legge inquadra correttamente le cause degli incendi boschivi, e più in generale delle aree verdi non urbane, prevedendo norme per l’educazione dei cittadini, di sorveglianza e di repressione. Ad esempio, le zone naturali incendiate non possono avere destinazioni diverse da quelle preesistenti all’incendio per 15 anni, non si può costruire se non dopo 10 anni, per 5 anni è vietato il rimboschimento e su queste aree è vietato il pascolo e la caccia per 10 anni. Chi, per colpa, procura questi incendi è punito con la reclusione per un periodo di 4 – 10 anni.

Nonostante questo importante deterrente, e l’evidenza che siamo di fronte ad una crisi climatica dovuta alle attività umane ormai praticamente irreversibile (per approfondire leggi anche “I cambiamenti climatici sono più diffusi, rapidi e intensi: il nuovo report dell’IPCC“), si continua ad appiccare il fuoco ai boschi ed alle campagne.

Nel 2021 in Italia sono stati incendiati oltre 120.000 ettari di aree naturali mettendo in difficoltà l’ecosistema, molte attività umane e liberando in atmosfera un’enorme quantità di gas ad effetto serra. Si stima che un ettaro di bosco riesca a decarbonizzare, ossia a sottrarre dall’atmosfera, 6 tonnellate di CO2 all’anno. Osservando il numero di incendi degli ultimi anni sembrerebbe che poco o nulla si stia facendo per prevenire questa piaga dannosa per la natura e per la sopravvivenza dell’uomo stesso. Ascoltando i notiziari ricorre sempre l’espressione “piromane”, dando ad intendere che sono delle persone psicologicamente disturbate ad appiccare gli incendi. Addirittura, il piromane è inserito nel DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), che annovera la piromania tra i disturbi del controllo degli impulsi e della condotta e sembrerebbe che alla base vi sia un’intensa ossessione per il fuoco, le fiamme ed i loro effetti.

Questo modo di classificare chi procura gli incendi distrae dalla ricerca dei veri moventi che portano a questa barbarie.

Fare dispetti a qualcuno? Far perdere d’interesse un’area naturalistica? Come si faceva nella preistoria per creare nuovi pascoli? Accensioni di fuochi per attività ricreative in aree non autorizzate? Mozziconi di sigarette gettati via senza spegnerli? Interessi economici legati allo spegnimento degli incendi? I veri piromani?

Le cause possono essere tante e molto diversificate.

Da come stanno andando le cose sembrerebbe che l’azione di sorveglianza e prevenzione dello Stato e delle Regioni stia funzionando poco e male. In Italia, ed in particolare nelle aree marginali, è presente una grande quantità di allevamenti di pecore, capre e bovini allo stato brado o estensivi. Secondo la BDN, al 30 Giugno 2021 erano presenti in Italia circa 140.000 allevamenti ovini e caprini, con oltre 7.5 milioni di capi. Buona parte di questi pratica, almeno in primavera-estate, l’allevamento estensivo e si trova nelle aree dove maggiormente si sviluppano gli incendi. A questi allevamenti si sommano poi quelli bovini che fanno l’alpeggio.

É ormai evidente che per salvare dal degrado culturale, ambientale e occupazionale le aree interne italiane sia necessario affidare agli agricoltori ed agli allevatori di queste zone la gestione dei servizi agro-ecosistemici. In particolare, i pastori nella loro attività nomade di conduzione delle greggi sui pascoli di pianura e di montagna esercitano un controllo accurato e puntuale del territorio. Se questo servizio fosse remunerato si avrebbe un controllo eccezionale delle aree a rischio.

Taluni obiettano che è un retaggio della cultura ancestrale dei pastori incendiare stoppie ed arbusti per “ripulirli” ed avere pascoli di migliore qualità. Questo può essere in parte anche vero, ma con la retribuzione di questo servizio agro-ecosistemico e l’applicazione senza se e senza ma della legge 353 si potrebbe drasticamente ridurre la quantità di zone naturalistiche che ogni anno va in cenere.