Presentata l’anteprima digitale del “Rapporto Coop 2021 – Economia, Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani”,  edizione orientata a descrivere la situazione della nuova realtà post Covid.

Questa del 2021 è la 16esima edizione del rapporto Coop, un documento imperdibile per chi si occupa delle tendenze di mercato o semplicemente di come evolvono gusti, abitudini e sentimenti dei cittadini italiani. A presentarlo sono stati Albino Russo, direttore generale ANCC Coop, Maura Latini, amministratrice delegata di Coop Italia, e Marco Perdoni, presidente ANCC Coop e presidente di Coop Italia.

A costruire il rapporto Coop, un lungo elenco di società esperte, un gruppo di circa 1500 persone e circa 1000 appartenenti alla variegata costellazione di Coop Italia.

Pedroni ha rappresentato con numeri precisi un’Italia che, per bravura, fortuna o coincidenze, nel dopo lockdown ha dato una netta discontinuità con un passato fatto di un paese rancoroso e stagnante e con una non buona reputazione internazionale. Oggi, l’Italia, uscita ancora non stabilmente dalla pandemia, vuoi per i successi nello sport, vuoi per un governo di alta reputazione internazionale o semplicemente per la voglia di ricominciare, ha una grande credibilità internazionale che sta facendo molto bene all’export (che ha superato i livelli pre-covid), al gradimento dei capitali stranieri ed al consenso interno. Pur tuttavia, rimane la piaga dei troppi italiani che sono rimasti indietro e dei giovani nel loro eterno precariato.

In questo consenso l’economia sembra ripartire e il PNRR sta generando molte aspettative e speranze.

Il ritorno alla crescita (in Italia e nel mondo) ripropone con forza la stringente necessità di una grande rivoluzione verde a livello globale (44 sono i paesi che si sono impegnati con leggi, protocolli, documenti nel 2021 rispetto ai 22 di appena 2 anni fa), sembra, anzi, oramai esaurirsi il tempo a disposizione. Lo scetticismo nella possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati in fatto di inquinamento e cambiamento climatico va di pari passo con la consapevolezza che proprio il rispetto dell’ambiente e l’innovazione sono oramai le priorità irrinunciabili dello sviluppo futuro. Ci ha sorpreso sentire da Pedroni che, secondo la loro indagine, il credo nei confronti della scienza e dell’innovazione è cresciuto da un anno all’altro.

Riguardo alle propensioni d’acquisto, sembrerebbe che la gente senta fortemente la responsabilità di contribuire al contenimento del surriscaldamento del pianeta e abbia voglia e fretta di fare la sua parte acquistando merci e prodotti concepiti in un’ottica di vera sostenibilità ambientale e sociale.

Come si legge nell’anteprima del rapporto: “Specchio e metafora dei cambiamenti degli italiani, il cibo esce profondamente trasformato dalla pandemia e si colora di verde”. 1 italiano su 2 ha infatti cambiato le proprie consuetudini alimentari, il 23% indulgendo nel conforto alimentare e il 15% approfittandone per una dieta più equilibrata e salutare. Se solo il 18% non si riconosce in alcuna cultura alimentare e il 24% fa riferimento solo alla dieta mediterranea, oltre la metà degli italiani si riconosce anche o esclusivamente in altre identità alimentari (bio, veg&veg, gourmet, iperproteici e low carbs). La vera novità del 2021 è però la comparsa della nuova tribù dei climatariani, ovvero di coloro (1 italiano su 6) che dichiarano di adeguare il proprio regime alimentare per ridurre l’impatto ambientale.

L’ambiente è diventato fondamentale per molti italiani: l’88% associa al cibo il concetto di sostenibilità, che significa per il 33% avere un metodo di produzione rispettoso, per un altro 33% attenzione agli imballaggi, per il 21% è sinonimo di origine e filiera, e per il 9% di responsabilità etica.

Sembrerebbe che lo stile alimentare dei vegani stia crescendo, e anche molto. Quelli “censiti” sono circa 1.5 milioni ma la tendenza consolidata è rivolta verso le proteine vegetali e la carne artificiale. Le proteine sono sempre più protagoniste sulle nostre tavole, a scapito di grassi e carboidrati.

Il 13% degli intervistati sta riducendo il consumo di carne (i cosiddetti reducetariani), si preferiscono prodotti locali e di stagione, i prodotti veg sono consumati anche da chi cerca solo una alternativa proteica alla carne e raddoppiano le vendite di proposte vegane di nuova generazione (bevande, besciamelle e piatti pronti).

Gli italiani riconoscono nel riscaldamento climatico il principale fattore di cambiamento del cibo del futuro, sia prevedendone una maggiore scarsità a causa del climate change (26%), sia immaginando che per salvare il clima occorrerà cambiare la nostra alimentazione (32%). Per gli italiani un aiuto verrà dalla scienza e dalla tecnologia (26%) e in questo senso tra le new entry sulle tavole degli italiani da qui a 10 anni ci sono cibi vegetali con il sapore di carne, a base di alghe, farina di insetti e anche la carne coltivata in vitro. In realtà la food revolution è già in corso: gli investimenti nel solo 2020 in cibi e bevande di prossima generazione ammontano a 6,2 miliardi.

Un altro grande driver di scelta, anch’esso potenziato dall’effetto pandemia, è la ricerca attraverso il cibo di un maggior benessere. L’83% degli italiani si dichiara disposto a spendere di più pur di acquistare prodotti con qualità certificata (dopo di noi l’80% dei cinesi e solo dopo europei e statunitensi). Non cessa però il successo di segmenti di mercato come il free-from, il rich-in, gli stessi dove è spesso il prodotto a marchio a rispondere meglio e con maggiore rapidità dei brand leader. Il crescente benessere spiega anche la maggiore attenzione che gli italiani prestano all’etichetta; le indicazioni sull’origine e la provenienza del cibo sono determinanti per l’acquisto per il 39% degli italiani, per il 28% lo sono i valori nutrizionali e a seguire il metodo di produzione (per il 26%). In sostanza, gli italiani sembrano prestare attenzione crescente ai contenuti intrinseci dei prodotti e sempre meno delegano le loro scelte ad una incondizionata fiducia verso il brand e sono disposti a pagare per contenuti di pura immagine.

Per quanto riguarda invece la grande distribuzione, come gli italiani, gli operatori della filiera alimentare vedono un futuro più rosa ma con accenti diversi fra industria e distribuzione. Se infatti entrambe hanno beneficiato della nuova centralità del cibo durante il lockdown, restano ampie le differenze sui rispettivi livelli di profittabilità, con l’industria alimentare che mantiene performance di redditività doppie rispetto alla distribuzione. Al centro delle strategie future per il 45% del campione intervistato occorre riprogettare i punti vendita, magari perseguendo una integrazione della rete fisica con i nuovi canali virtuali (39%) e lavorando per una riqualificazione del personale (34%). Solo dopo arrivano gli investimenti per potenziare le vendite online, un canale in crescita, ma anche dopo l’exploit del 2020 (+121%) l’e-grocery resta un segmento piccolo delle vendite alimentari complessive (poco sopra il 2% del totale Gdo). Peraltro, dopo una crescita nel primo semestre 2021 del 46% molti operatori ritengono nei prossimi 12-18 mesi che la progressione si fermerà o arretrerà (48%) o che sarà inferiore al 20% (per il 43%). Nello scenario immediato, ad essere più preoccupante per la Gdo è la dinamica dei prezzi all’acquisto e alla vendita. Vi è il concreto rischio che il retail alimentare resti schiacciato tra la diminuzione dei prezzi al consumo  (-0,7% la deflazione del prezzo dei prodotti alimentari nel primo semestre 2021) e l’annunciato aumento dei prezzi delle materie prime e dei listini dei fornitori industriali.

Queste tendenze, la tenuta del claim Made in Italy, la crescita del delivery e in parte quella dell’e-commerce, obbligano tutte le filiere, dal produttore al distributore, a rivedere il loro modello di business.

Non marginali anche le considerazioni antropologiche insite nel Rapporto Coop relativamente al fatto che il lockdown abbia rivoluzionato alcuni valori. Da una casa non più solo luogo di servizi ma punto di aggregazione e di lavoro, ai miti del successo e del denaro in cui si sono infiltrati quelli della responsabilità sociale e della solidarietà. Questa apparente rivoluzione silenziosa inevitabilmente detterà l’agenda dell’industria agro-alimentare e ciò che gli allevatori e agricoltori dovranno fare.

Maura Latini ha riportato con dovizia di particolari come le scelte di Coop nell’ambito del benessere degli animali e dell’uso degli agrofarmaci siano andate “oltre la legge” nel senso di essere state antesignane e più restrittive delle leggi che via via vengono promulgate dalla Comunità europea. Ad esempio, Coop Italia ha deciso a suo tempo che non voleva più la carne di maiali sottoposti ad amputazione della coda e questa scelta ha condizionato la vita di circa 300.000 animali e dei relativi allevatori.

Era doveroso da parte nostra fare la domanda che riportiamo di seguito, alla quale ha risposto Maura Latini, dal momento che noi di Ruminantia crediamo con granitica convinzione che un’alleanza, allevatori, industria, GDO, consumatori e media possa dare un contributo sostanziale per raggiungere gli obbiettivi di sostenibilità da tutti auspicati, a patto che tutti gli anelli della filiera facciano la loro parte. “Scaricare” il problema solo sulla produzione primaria sarebbe infatti anacronistico e scarsamente efficace.

La sostenibilità a 360 gradi e il benessere animale aumentano i costi di produzione del settore primario. Le filiere, e soprattutto i consumatori, sono pronti a spendere di più?

La Risposta di Maura Latini di Coop Italia: “Diciamo di sì, che i consumatori sono disposti a spendere di più. Noi, dal nostro canto, abbiamo il dovere di lavorare affinché questo aumento della spesa sia contenuto in una fase iniziale, e poi venga riassorbito quando il cambiamento dei modelli produttivi è diventato la norma, e quindi è in grado di assorbire i costi. Questo cambiamento è stato messo in atto nelle nostre filiere animali. Per lavorare su queste ultime, di cui quella più complessa è quella relativa ai suini, dove abbiamo cambiato profondamente i modi di produrre e far crescere gli animali nell’ottica del benessere animale, abbiamo riconosciuto agli allevatori (e non al prodotto finito), che hanno allevato i suini in condizioni di benessere, un premio specifico a loro dedicato. Il non mettere in atto diverse pratiche, quali il taglio della coda nei suinetti e il limare le unghie e i denti, rappresenta un costo. Questo costo iniziale è stato riassorbito ma, mano a mano che il modello produttivo del paese si è allarga e cambia, allora i costi si riassorbono nell’efficienza produttiva, per cui si può comunque mantenere e contenere il prezzo della sostenibilità e del benessere animale.

I nostri suini (300.000 l’anno) da questa estate sono esenti dal taglio della coda. Questo aspetto è unico e non deve essere sottovalutato; ci è voluto del tempo, ma siamo riusciti a raggiungerlo, a dimostrazione del fatto che si può raggiungere il benessere animale in allevamento, anche contenendo i costi, lavorando con innovazione di processo insieme ai produttori i quali sono i veri protagonisti della filiera, in quanto possiedono competenze, conoscenze e capacità necessarie per portare avanti la produzione. Noi siamo solo uno stimolo per loro, e possiamo guidarne la produzione.”

Per approfondimenti, è possibile consultare qui la versione integrale dell’anteprima digitale del rapporto.

E’ possibile scaricare la versione definitiva del report iscrivendosi qui.