Tori, vacche e ibridi mitici alle radici dell’Europa

Il toro con i suoi miti è alle radici dell’Europa. Secondo un antico mito greco, Europa è una principessa asiatica che vive vicino a Tyros al confine occidentale della Mezzaluna Fertile. Zeus re degli dei se ne innamora e per sedurla si trasforma in un bellissimo toro, trasportandola sulla groppa attraverso il mare fino a Creta dove, secondo la leggenda trasmessa dal greco Apollodoro (104 a. C. circa – 22 a. C. circa), dà alla luce tre figli. Uno di questi è Minosse che diviene re di Creta e la cui moglie, Pasife, travestitavi in vacca ha una strana e proibita storia d’amore con un toro inviato dal dio Poseidone dalla quale nasce il Minotauro, un ibrido di un uomo con la testa di un toro che vive nascosto in un labirinto e si nutre di carne umana. Alla città di Atene sconfitta dai cretesi è imposto di inviare a Creta, ogni anno, sette fanciulli e sette fanciulle come pasto al Minotauro fino a quando Teseo, aiutato Arianna figlia di Minosse, uccide la creatura salvando la Grecia dalla tirannia minoica, dove vigevano riti taurini come la taurocatapsia, ben documentata dalle immagini che ci sono pervenute.

Generazioni di poeti e filosofi, e più recentemente antropologi e psicologi, hanno cercato d’interpretare gli antichi miti greci che servivano a tramandare memorie e soprattutto a capire complesse e oscure realtà con immagini ed un linguaggio pre-scientifico. Europa in greco è “europe” e significa “grande faccia”, riferendosi alla dea della luna piena Demeter‐Astarte (in latino Cerere, la dea dei raccolti), e anche “ben irrigato”, entrambi riti di fertilità (Graves, R. – Greek Myths – Cassell, London,1958). Nei dipinti greci sui vasi di ceramica Europa non è la vittima di uno stupro divino e nella maggior parte delle immagini è lei che guida un docile toro ricordando un addomesticamento del bestiame avvenuto nella Mezzaluna Fertile e che, attraverso le isole dell’Egeo, arriva in Grecia, unitamente alle migrazioni dei primi agricoltori che dal Vicino Oriente vanno verso l’Europa ed il Nord Africa e che sono riusciti a dominare i ruminanti (Minotauro) ed il cavallo creando il mito del Centauro, con racconti che mantengono viva la memoria delle difficoltà e degli incontri e scontri di queste migrazioni. Ma ora la genetica delle popolazioni permette di meglio ricostruire il passato raccontato dai miti.

Genetica dei ruminanti un indelebile passato

Il passato non scompare, e anche negli animali ne rimangono tracce nel loro genoma, dimostrando che l’addomesticamento di bovini, ovini e caprini è stato un evento decisivo nella storia umana avvenuto durante la Rivoluzione Neolitica circa undicimila anni fa quando il Bos primigenius si era già diviso nel Bos indicus e nelle razze taurine del Bos taurus della catena montuosa del Tauro nel sud dell’odierna Turchia (Harald Brüssow – Europe, the bull and the Minotaur: the biological legacy of a Neolithic love story – Environ Microbiol., 11(11), 2778–2788, 2009). Le impronte genetiche ci stanno dicendo che i bovini sono stati addomesticati poco più tardi dei suini e degli ovini nell’alta valle dell’Eufrate nel sud-est della Turchia, e le capre sono state addomesticate nell’Iran occidentale; pur essendo probabile un’indipendente addomesticamento dei bovini, non di pecore e capre, nel Sahara novemila anni fa. Dai primi luoghi d’addomesticamento i bovini, al seguito di popoli migratori, dalla Turchia arrivano in Europa percorrendo tre linee: una linea settentrionale che segue il Danubio, una linea meridionale che segue la costa adriatica, una linea marittima che fa riferimento al mito del Ratto di Europa e che dalla Turchia arriva in Grecia, Italia e poi alla Spagna. I popoli migratori del neolitico si spostano con i loro animali addomesticati e piante trasformate in coltivabili (cereali, legumi per l’alimentazione e lino per l’abbigliamento) parlando lingue alla base delle quali c’è l’ittita della Turchia centrale e diffondendo tecniche di costruzione di oggetti e ceramiche dove ora possiamo identificare resti di grassi del latte che dimostrano un’attività lattiero-casearia delle economie neolitiche. Mandrie di animali domestici, vegetali coltivati, latticini e lingua indicano la regione dell’odierna Turchia come la culla delle società agricole che poi, emigrando verso ovest, creeranno l’Europa.

Cambiamenti ecologici e nuove infezioni

Perché circa undicimila anni fa vi è la Rivoluzione Neolitica con l’addomesticamento del bestiame e la nascita dell’agricoltura? Probabilmente un cambiamento climatico distrugge la base alimentare dei popoli cacciatori e raccoglitori e nel Vicino Oriente, tra il 10 800 e il 9600 a. C., mille anni di siccità, il mitico Adam è costretto alla condanna di lavorare la terra e la Bibbia menziona l’omicidio e la violenza tra Caino (contadino) e Abele (pastore), dando avvio alla Rivoluzione Neolitica (Mithen S. – After the Ice. A Global Human History. 20.000 – 5000 BC. Cambridge, Harvard University Press., 2003). Con la Rivoluzione Neolitica le popolazioni umane non migrano ma divengono stanziali, ed è possibile una minore distanza tra le nascite con una crescita della popolazione precedentemente impossibile. Vi è anche però una più stretta convivenza tra uomini ed animali, con la comparsa e la diffusione di nuove malattie, perché ogni specie di microrganismo, dai microbi ai virus, senza dimenticare vermi ed altri parassiti, scopre gli esseri umani come un attraente terreno di conquista. Il cacciatore incontrava la sua preda solo a distanza, la toccava quando era già morta e non conviveva con essa, e gli animali selvatici ammalati o infetti erano già stati mangiati e distrutti dai predatori. Gli agricoltori e gli allevatori neolitici, invece, convivono strettamente con animali che nelle nuove condizioni di vita si infettano e si ammalano più facilmente, ed i passaggi di infezioni da specie a specie diventano molto più facili. L’agricoltore, inoltre, scopre il valore dello sterco animale per la combustione e come fertilizzante dei campi e così agevola il passaggio di microrganismi patogeni dagli animali alla popolazione umana; di conseguenza, la società agricola neolitica è afflitta da nuove malattie. Per questo Mirko Drazen Grnek (1924 – 2000) giunge ad affermare che tutte le malattie umane nascono dall’agricoltura (Grmek M.D. – Les maladies à l’aube de la civilisation occidentale. Recherches sur la réalité pathologique dans le monde grec préhistorique, archaïque et classique – Payot, Paris 1983. Grmek M. D. – Le malattie all’alba della civiltà occidentale – Il Mulino, 1985) e Jared Diamond scrive il libro Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni (Diamond J. – Guns, Germs, and Steel. The Fates of Human Societies – Norton, 1997).

Ruminanti domestici e malattie umane

Tra i moltissimi microrganismi e virus di malattie dell’uomo che hanno origine dagli animali, diversi sono quelli che a diverso titolo e ruolo hanno rapporti con i ruminanti, come dimostrano le sempre più numerose e dettagliate ricerche soprattutto di biologia molecolare. Tra queste ultime infezioni bisogna ricordarne le più importanti. Il morbillo, che oggi riguarda esclusivamente la popolazione umana, è uno stretto parente del virus della Peste Bovina e della Peste dei Piccoli Ruminanti (ovini e caprini), tutti morbillivirus del gruppo dei paramixovirus. Il virus del vaiolo umano ha strette relazioni con il virus del vaiolo bovino, dando origine alla vaccinazione di Edward Jenner (1749 – 1823), anche se presumibilmente la malattia umana sembra comparire circa cinquemila anni fa probabilmente da animali selvatici con l’intermediario di ruminanti, e soprattutto del cammello. Anche i paramixovirus, virus respiratori umani del gruppo Pneumovirus, ed i Pneumovirus bovini e ovini hanno strette parentele genetiche. In modo analogo, nel gruppo Respirovirus dei paramixovirus, virus umano e bovino parainfluenzale di tipo 3 vi sono forti relazioni. Tra le infezioni batteriche trasmesse dai ruminanti all’uomo vi sono quelle da Brucella, e soprattutto B. melitensis che di recente è stata individuata in un prodotto lattiero-caseario ovi-caprino e vaccino individuato a Saqqara in Egitto e datato a 3200 anni fa (Enrico Greco, Ola El-Aguizy, Mona Fouad Ali, Salvatore Foti, Vincenzo Cunsolo, Rosaria Saletti, Enrico Ciliberto – Proteomic Analyses on an Ancient Egyptian Cheese and Biomolecular Evidence of Brucellosis – Anal. Chem., 90, 16, 2018, pag. 9673–9676). Altre infezioni umane imparentate con infezioni di ruminanti sono la tubercolosi causata dal complesso Mycobacterium tuberculosis, a cui appartiene M. bovis, che però colpisce l’uomo di trentamila anni fa, ben prima della Rivoluzione Neolitica.

Diffusione delle infezioni e popolazione

Il solo contatto tra uomini ed animali con il passaggio di un virus non è sufficiente per scatenare un’epidemia. Sono infatti necessarie altre condizioni. Oltre ad una recettività al virus, importante è la dimensione della popolazione ed i contatti che questa ha con altre popolazioni, come dimostrano le osservazioni compiute sul morbillo, una delle malattie che la nostra specie avrebbe contratto dai bovini nel durante la Rivoluzione Neolitica. Infatti, quando il virus entra in una popolazione suscettibile si diffonde a tutti gli individui sensibili fino a quando gran parte delle persone diventano immuni. Nelle comunità umane di piccole dimensioni le infezioni da morbillo si estinguono e il virus scompare; perché il morbillo diventi endemico in una popolazione questa deve avere una grande dimensione e ancora oggi nelle società dei pastori nomadi si osservano frequenti dissolvenze del morbillo e epidemie di morbillo irregolari che dipendono dalla reintroduzione del virus dall’esterno. Sulla base di queste stime, il morbillo non avrebbe potuto essere una malattia umana durante la Rivoluzione Neolitica perché Gerico, forse la prima città della storia umana poco prima dell’introduzione dell’agricoltura, nel 9500 a.C. ospita circa un migliaio di abitanti e solo in seguito le città hanno popolazioni di dimensioni elevate, necessarie per mantenere l’infezione da morbillo ed altri virus. Le ricerche sulle infezioni virali nelle società primitive che ancora oggi vivono isolate in aree remote in condizioni simili a quelle delle tribù dei cacciatori raccoglitori prima dello sviluppo delle società agricole mostrano che gli Herpesvirus, virus a DNA, sono ben adattati nelle comunità composte da trecento membri, dove mancano anticorpi contro i virus paramixovirus, influenzali e poliovirus, virus a RNA. I virus a RNA, che per il loro mantenimento dipendono da cicli continui di infezione e sono tipici delle malattie epidemiche in vaste popolazioni, sono probabilmente gli ultimi che sono arrivati come agenti patogeni umani, come il morbillo umano d’origine ruminante, che si può ritenere il prodotto di una selezione condizionata da un’elevata trasmissione conseguenza dell’elevata crescita della popolazione umana.

Infezioni nell’attuale villaggio globale

La specie umana sta vivendo in un unico villaggio globale che si sta avvicinando agli otto miliardi di abitanti. Non deve quindi stupire il crescente e continuo aumento di nuove infezioni da microrganismi prima sconosciuti, soprattutto virus, perché sulla terra e nelle più diverse specie animali si stima siano presenti mille miliardi di specie microbiologiche, di cui appena lo 0,001% è conosciuto (Kenneth J. Locey, Jay T. Lennon – Scaling laws predict global microbial diversity – PNAS, May 24, 113 (21), 5970-5975, 2016). Gran parte dei virus presenti nell’ambiente terrestre e soprattutto negli animali sembra essere in attesa di attraversare il limite che separa la nostra specie dalle altre. Altri virus hanno più volte attraversato la barriera di specie ma non sono riusciti a costruire ed a mantenere catene di infezione nella popolazione umana. Altri ancora hanno superato la barriera che sembrava separare gli animali selvatici dai domestici, provocando in questi malattie che sono diventate una minaccia alle economie nazionali ed internazionali, tanto da far ritenere il bestiame un male necessario. Tra questi virus, in un non lontano passato, quello dell’Influenza e recentemente il virus del Covid-19 si sono evoluti in pandemie con il loro bilancio di morti. Per rimanere ai morbillivirus, nei quali si è ricordato il passaggio dai ruminanti all’uomo, assistiamo alla nascita di nuovi virus che causano epidemie mortali in delfini e foche. Inoltre, un morbillivirus collegato al virus del cimurro canino ha ucciso un terzo dei leoni del Parco Nazionale del Serengeti. In Australia, una grave malattia respiratoria nei cavalli con passaggio all’uomo è stata provocata da un morbillivirus (virus Hendra) il cui ospite naturale è un pipistrello frugifago, ospite anche del virus Nipah, un morbillivirus che ha causato un’epidemia mortale di encefalite virale negli allevatori di suini della Malesia, con trasmissione da uomo a uomo.

Infezioni e condizioni ambientali

L’attuale villaggio globale non è soltanto caratterizzato da un’enorme popolazione umana, ma anche da un profondo disordine ambientale. Il fattore ecologico è cruciale in molte infezioni virali emergenti, portando specie selvatiche che ospitano virus a stretto contatto con una specie amplificante ed infine con l’ospite umano, come dimostra quanto avvenuto per il virus Nipah. In Malesia la deforestazione ha distrutto l’habitat naturale dei pipistrelli frugifagi, che si sono spostati sui frutteti coltivati vicino ad allevamenti di maiali, che infettati dai pipistrelli hanno trasmesso l’infezione da virus Nipah all’uomo. I cambiamenti ecologici che portano a nuove infezioni sono ancora poco e insufficientemente studiati. I microrganismi, e tra questi i virus, si adattano costantemente e rapidamente alle mutevoli situazioni ecologiche e gli attuali cambiamenti ambientali globali porteranno ad un’altra fase altamente dinamica delle trasmissioni virali nella popolazione umana. Qualsiasi tentativo di rendere il nostro mondo più sicuro è destinato a fallire a meno che non si affrontino l’interfaccia critica tra persone e agenti patogeni e la minaccia esistenziale del cambiamento climatico, che sta rendendo la nostra Terra meno abitabile (Ghebreyesus T.A., DG dell’OMS – Discorso alla 73a Assemblea mondiale della Sanità – 18 maggio 2020).

Dal Vaso di Pandora mali, ma anche speranza

Nel quadro di nuove infezioni umane da animali, qual è il ruolo dei ruminanti divenuti domestici? Un fatto è certo, e cioè che questi animali, per una serie di motivi (primo tra i quali quello economico), sono oggetto di continue e approfondite ricerche sui nuovi virus osservati negli animali domestici (Brüssow H. – Europe, the bull and the Minotaur: the biological legacy of a Neolithic love story – Environ Microbiol., 11(11), 2778-2788, 2009), anche con “animali sentinelle”. Una dimostrazione l’abbiamo di quanto successo con la Mucca Pazza insorta nei bovini per uno sconsiderato cambiamento della loro alimentazione operato da parte dell’uomo, ed il cui nuovo agente infettivo, il prione, è stato rapidamente individuato e soprattutto controllato riportando in sicurezza gli allevamenti e l’alimentazione umana. Necessaria è invece una maggiore ricerca ecologica su animali liberi di spostarsi, come oche e altri uccelli migratori, pipistrelli e zanzare, in considerazione della loro capacità di trasporto aereo di virus. Esplorare le rotte migratorie, l’alimentazione ed il comportamento riproduttivo di questi animali potrebbe presto diventare la migliore ricerca virologia applicata. Al tempo della Rivoluzione Neolitica l’umanità inizia ad aprire il vaso che, secondo il mito, Pandora riceve in regalo da Zeus con l’ordine di lasciare sempre chiuso. Spinta dalla curiosità, Pandora disobbedisce e apre il vaso dal quale escono tutti i mali, tra cui anche le malattie; e sul fondo del vaso nuovamente chiuso, e che ci perviene, rimane solo la speranza. I virus potrebbero essere il lato oscuro dell’eredità neolitica ma l’umanità, nell’odierna fase di globalizzazione, ha la speranza di una grande forza evolutiva che, attraverso la Scienza, le permette di prevedere e dominare i cambiamenti ambientali in un nuovo accordo anche con il mondo microbiologico che abbiamo iniziato ad esplorare.

 

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Giovanni Ballarini, dal 1953 al 2003 è stato professore dell’Università degli Studi di Parma, nella quale è Professore Emerito. Dottor Honoris Causa dell’Università d’Atene (1996), Medaglia d’oro ai Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte del Ministero della Pubblica Istruzione della Repubblica Italiana, è stato insignito dell’Orde du Mérite Agricole della Repubblica Francese. Premio Scanno – Università di Teramo per l’Alimentazione nel 2005, Premio Giovanni Rebora 2014, Premio Baldassarre Molossi Bancarella della Cucina 2014, Grand Prix de la Culture Gastronomique 2016 dell’Académie Internationale de la Gastronomie.

Da solo ed in collaborazione con numerosi allievi, diversi dei quali ricoprono cattedre universitarie, ha svolto un’intensa ricerca scientifica in numerosi campi, raggiungendo importanti ed originali risultati, documentati da oltre novecento pubblicazioni e diversi libri.

Da trenta anni la sua ricerca è indirizzata alla storia, antropologia ed in particolare all’antropologia alimentare e danche con lo pseudonimo di John B. Dancer, ha pubblicato oltre quattrocento articoli e 50 libri, svolgendo un’intensa attività di divulgazione, collaborando con riviste italiane, quotidiani nazionali e partecipando a trasmissioni televisive. Socio di numerose Accademie Scientifiche è Presidente Onorario dell’Accademia Italiana della Cucina e già Vicepresidente della Académie Internationale de la Gastronomie.