E’ stato pubblicato sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
Il testo, aggiornato rispetto alla versione del 2018, sarà ora sottoposto alla consultazione pubblica prevista dalla procedura di Valutazione Ambientale Strategica.
“Si tratta – spiega il Ministro Gilberto Pichetto – di uno strumento di programmazione essenziale per un paese come il nostro, segnato da una grave fragilità idrogeologica. Le recenti tragedie di Ischia e delle Marche hanno ricordato quanto sia assolutamente necessaria in Italia una corretta gestione del territorio e la realizzazione di quelle opere di adattamento per rendere le nostre città, le campagne e le zone montuose, le aree interne e quelle costiere più resilienti ai cambiamenti climatici”.
“Il Piano – sottolinea il Ministro – era in lavorazione da tempo: da quando si è insediato il nuovo Governo, con il supporto di ISPRA, abbiamo accelerato le procedure e, come assicurato nelle scorse settimane, entro la fine dell’anno siamo riusciti a velocizzare l’iter che ci dovrà portare a definire un Piano atteso e necessario per la tutela del nostro territorio”.
Più in particolare, l’obiettivo del Piano è fornire un quadro di indirizzo nazionale per implementare azioni volte a ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici, nonché trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche. La proposta di Piano è stata già illustrata alle Regioni nel corso di due riunioni che si sono tenute il 7 novembre e il 20 dicembre scorso.
Esaminate le osservazioni e conclusa la procedura di VAS, il testo andrà all’approvazione definitiva con decreto del Ministro. Si procederà poi all’insediamento dell’Osservatorio Nazionale, che dovrà garantire l’immediata operatività del Piano attraverso l’individuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori. L’Osservatorio definirà le priorità, individuerà i soggetti interessati e le fonti di finanziamento, oltre che le misure per rimuovere gli ostacoli all’adattamento. I risultati di questa attività potranno convergere in piani settoriali o intersettoriali, nei quali saranno delineati gli interventi da attuare.
Riportiamo di seguito quanto contenuto nel documento relativamente al settore agricolo.
Agricoltura e produzione alimentare
Le variazioni climatiche attese per le prossime decadi influenzeranno fortemente lo sviluppo del settore agricolo e le sue dinamiche produttive, soprattutto in areali altamente vulnerabili come quello mediterraneo (Bindi and Olesen 2010). Nello specifico, gli agrosistemi saranno soggetti a variazioni in termini di durata del ciclo fenologico, produttività e potenziale spostamento degli areali di coltivazione tipici (verso nord e quote più elevate), con risposte differenti in intensità e segnale a seconda della specie e delle aree geografiche di riferimento (Moriondo et al. 2013a) (Moriondo et al. 2013b).
In generale, le colture risentiranno dell’incremento di temperatura riducendo la lunghezza del ciclo di crescita con conseguente minore accumulo di biomassa e quindi riduzione della resa (Lobell and Field 2007) (Lobell et al. 2011). Le maggiori riduzioni di resa sono previste per le colture a ciclo primaverile-estivo (mais, girasole, soia), specialmente quelle non irrigate come il girasole.
Tuttavia, colture classificate come C3, come ad esempio il frumento, il riso, l’orzo, potranno in parte compensare gli impatti negativi delle mutate condizioni climatiche in quanto capaci di rispondere più efficientemente agli effetti diretti dell’aumento della concentrazione atmosferica di CO2 rispetto alle specie C4 (es. mais, sorgo, miglio, etc.) (Qian et al. 2010). Per le colture arboree, come ad esempio vite e olivo, la variazione del regime delle precipitazioni e l’aumento della temperatura potranno determinare una riduzione qualitativa e quantitativa delle produzioni nelle aree del sud Italia e potenziali spostamenti degli areali di coltivazione verso regioni più settentrionali o altitudini maggiori.
Il cambiamento climatico rappresenta un fattore di rischio anche per il bestiame allevato, con conseguenze che possono riguardare il loro benessere e la loro produttività (Notenbaert et al. 2017). Le temperature elevate, che già caratterizzano le estati italiane e che gli scenari climatici futuri prevedono in aumento, hanno un impatto negativo diretto sui processi fisiologici e comportamentali dell’animale come la termoregolazione, l’ingestione di alimenti e la risposta immunitaria. A questi effetti diretti si aggiungono inoltre gli effetti indiretti che i cambiamenti climatici possono avere ad esempio sugli alimenti (contaminazione da micotossine, qualità e disponibilità alimenti) e sulle dinamiche ecologiche e biologiche dei patogeni e dei loro vettori (Kipling et al. 2016).
Ulteriori impatti indiretti possono distinguersi tra impatti su allevamenti estensivi o intensivi. Per quanto riguarda i primi, gli impatti principali sono prevalentemente associati alla disponibilità foraggera e alla qualità degli alimenti a causa di probabili riduzione e modifiche delle specie presenti sulle superfici destinabili a pascolamento a seguito di fenomeni di desertificazione, salinizzazione delle falde o di avanzamento della macchia foresta nelle aree prative e pascolive. Per quanto riguarda gli allevamenti intensivi in stalla, le problematiche principali sono invece maggiormente associate a fattori che possono mettere a rischio attività imprenditoriali di alto valore aggiunto su cui le imprese agricole sono particolarmente esposte dal punto di vista finanziario (ad esempio impatti di eventi come alluvioni su fabbricati e attrezzature).
Nonostante in alcune aree e per alcune colture si possano avere anche ripercussioni potenzialmente positive, il settore agricolo e, conseguentemente, quello agro-alimentare saranno soggetti ad un generale calo delle capacità produttive, accompagnato da una probabile diminuzione delle caratteristiche qualitative dei prodotti.
La riduzione di questi impatti negativi e, quando possibile, lo sfruttamento di quelli positivi, potranno essere ottenuti solo mediante l’applicazione di adeguate azioni di adattamento.
Sia per le produzioni vegetali sia per quelle animali sono attualmente disponibili diverse soluzioni che possono aumentare il grado di adattamento ai cambiamenti climatici. Tali soluzioni comprendono ad esempio la realizzazione di interventi strutturali, l’implementazione di adeguate pratiche di gestione colturale e aziendale, la selezione genetica e l’adozione di atteggiamenti proattivi.
I programmi di sviluppo rurale, implementati su scala nazionale e regionale, hanno tra i loro obiettivi l’adattamento ai cambiamenti climatici e diverse misure sono state programmate in questo senso.
Tra le azioni di adattamento preferenziali ci sono quelle che includono anche obiettivi di mitigazione e quindi tutte le misure che seguono i principi della Climate Smart Agriculture (FAO 2013) che unisce gli obiettivi della sostenibilità delle produzioni alle necessità di adattamento ai cambiamenti climatici e di mantenimento dei livelli di reddito. Un aumento della resilienza dei sistemi produttivi potrebbe allo stesso tempo concorrere all’aumento del sequestro del carbonio nei suoli e quindi alla riduzione delle emissioni derivanti dal comparto agricolo.
Consulta il PNACC: https://www.mite.gov.it/pagina/piano-nazionale-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici
Rapporto n.108 del “MATERIE PRIME CEREALI E DINTORNI ECONOMICI” anno 11°.
CHICAGO 27/12/22 in $:

tra parentesi le variazioni sulla seduta precedente in centesimi di dollaro per Bushel per semi, corn e grano, in dollari per tonnellata corta per la farina.
Matif 27/12/22 in €:
L’indice dei noli B.D.Y. è sceso a 1.515 punti, il petrolio wti è salito a circa 79,50 $ al barile, il cambio €/$ gira a 1,06424 ore 12,21.
E QUESTE LE CHIUSURE DI UN ANNO FA DEL CBOT DI CHICAGO
Queste le chiusure del 27/12/21 in $:

tra parentesi le variazioni sulla seduta precedente in centesimi di dollaro per Bushel per semi, corn e grano, in dollari per tonnellata corta per la farina.
Matif 27/12/21 in €:
L’indice dei noli B.D.Y è sceso a 2.217 punti, il petrolio wti salito a 75 $ al barile, e il cambio gira a 1,13225 ore 10,08.
Come potete vedere le differenze ci sono pur essendo i valori espressi in termini assoluti: il seme di soia era a 1362 $ nel 2021 contro i 1482 $ attuali; la farina di soia era 414,8 $ nel 2021 contro i 451,80 $ del 2022; l’olio di soia era 56,72 $ nel 2021 contro 67,65 $ del 2022; il corn/mais nel 2021 era a 614,90 $ contro i 674,60 $ 2022; il grano era a 804 $ nel 2021 contro i 774.40 $ 2022.
Quindi, tranne il grano USA tutti i valori sono più alti (il grano risente della spinta Russa contro il grano Usa e EE) ma quello che incide molto è il cambio da €/$ 1,13225 a 1,06424.
Pertanto, oltre alla base ha influito il cambio, e insieme a questi la logistica, nonostante l’indice dei noli in questo confronto sia più basso.
Purtroppo, tale situazione va avanti, e il meteo e i problemi che si stanno acutizzando sul Mar Nero e al Bosforo non promettono nulla di buono.
Il mercato in pillole
Cereali pesanti, specie il mais e il grano, vicini ad una soglia di resistenza. Il mais portuale ieri quotava 313 € partenza Ravenna da pronto a marzo ’23 a 315 €. Per i Cruscami di Grano il ridimensionamento dovrebbe quasi essere finito, in quanto gli arrivi dal Sud Italia e quelli della crusca estera sono finiti. Proteici molto cari, specie la farina di soia che ieri quotava 590 € partenza Venezia/Ravenna per la normale e 600 € per la proteica. Fibrosi sempre stabili e cari. Sottoprodotti dell’industria del riso fermi, ma in tensione per scarsità di produzione. Melassi stabili. Sottoprodotti vari ben tenuti e di difficile reperimento per due motivi: uno inerente alla logistica, l’altro al calo dei volumi e agli sprechi dell’agroindustria.
Richiamo la Vs attenzione su due fattori: le tensioni e le difficoltà inerenti all’area del Mar Nero che, seppur aperta, presenta criticità al carico e al passaggio dello stretto del Bosforo causa controlli (navi in coda per giorni), e le criticità del comparto soia sia per la scarsità di arrivi del seme sia per la solita attenta strategia in essere, ma specialmente per i timori inerenti il meteo in Argentina.
Per il settore bioenergie consiglio di non lasciar perdere nessuna opportunità sulle matrici presenti perché i quantitativi sono risicati.
Nel 2021 gli operatori certificati nel settore agroalimentare di qualità del cibo sono oltre 86.000, in lieve aumento rispetto al 2020.
La Sardegna è la regione con la maggior quota nazionale di produttori (19%). Gli Ortofrutticoli e cereali il settore con il maggior numero di prodotti riconosciuti Dop e Igp. Tra i settori quello dei formaggi ha il maggior numero di operatori. E’ quanto riporta il nuovo report Istat relativo ai prodotti agroalimentari di qualità DOP, IGT e STG del 2021
Su tre nuovi riconoscimenti due interessano la Sicilia
Prosegue la crescita delle eccellenze nel settore agroalimentare di qualità del cibo. Nel 2021 il settore si arricchisce di tre prodotti food: Olio di Roma di Indicazione geografica protetta (Igp) nel Lazio, la Pesca di Delia (sempre Igp) e il Pistacchio di Raffadali di Denominazione di origine protetta (Dop) le cui zone di produzione, in questi ultimi due casi, si estendono tra diversi comuni in Provincia di Caltanissetta e Agrigento in Sicilia. Ma è nel 2020 che si è registrata un’impennata nelle certificazioni, quando nel mercato sono entrati 12 prodotti di cui: uno di Specialità tradizionale garantita, Stg (l’Amatriciana tradizionale), cinque prodotti Dop (Mozzarella di Gioia del Colle, Provola dei Nebrodi, Cappero delle Isole Eolie, Pecorino del Monte Poro e Colatura di Alici di Cetara) e sei Igp (Südtiroler Schüttelbrot/Schüttelbrot Alto Adige, Rucola della Piana del Sele, Limone dell’Etna, Pampepato di Terni/Panpepato di Terni, Olio lucano e Mele del Trentino).
Si conferma la predominanza del settore degli Ortofrutticoli e cereali che, di fatto, rimane quello con il maggior numero di riconoscimenti: nel 2021 si attestano a 118, di cui 38 Dop e 80 Igp.
Segue il settore dei Formaggi con 56 prodotti e l’Olio extravergine di Oliva con 49 prodotti. A livello territoriale l’Emilia-Romagna è la regione con il maggior numero di riconoscimenti Dop e Igp, seguita dal Veneto, dalla Sicilia e dalla Lombardia.
In crescita gli operatori del food di qualità
Nel 2021 si registra rispetto al 2020 un aumento degli operatori soprattutto tra i produttori (+1,9%), i trasformatori restano invece pressoché stazionari (+0,2%).
La crescita interessa soprattutto le regioni del Mezzogiorno (+2,8% per gli operatori e +2,9% per i produttori).
Al Nord la variazione è di +1,6% sia per i produttori che per gli operatori, che al Centro hanno invece una situazione più stazionaria (entrambi +0,8%). Più variegato è lo scenario dei trasformatori che comunque raggiungono l’incremento maggiore sempre nel Mezzogiorno (+2%), all’opposto nel Nord la variazione è negativa (-2%). Ad incidere positivamente sui risultati del Mezzogiorno troviamo il settore delle Carni fresche, dei Formaggi e dell’Olio extravergine di Oliva.
A livello regionale, nelle aree meridionali del Paese si colloca il 40,5% dei produttori, di cui la quota più alta (19%) nella sola Sardegna, seguita dalla Sicilia (7,4%). Nel Nord opera il 37,7% dei produttori presenti in Italia (il 14,3% nel solo Trentino-Alto Adige), mentre nel Centro (21,8%) è particolarmente attiva la Toscana (14,3%).
Il forte legame tra il territorio di origine e i prodotti agroalimentari di qualità certificati dall’Unione europea si traduce nella tipicità e specializzazione del territorio stesso oltre che nella sua valorizzazione in determinati settori.
È così che in Sardegna è presente soprattutto una tradizione lattiero casearia, con il 66,7% dei produttori che operano in questo settore e gestiscono il 67,2% degli allevamenti certificati della regione. Analogo discorso vale per la Valle D’Aosta, dove tutti i produttori sono attivi nel settore dei Formaggi, che vede in Lombardia una quota del 66% e in Emilia Romagna del 52,5%.
La Toscana ha una spiccata vocazione nell’attività olivicola-olearia: l’86,2% dei produttori e il 96,5% della superficie investita coinvolta. La specializzazione olivicola-olearia è forte anche in Liguria e in Puglia (la quota di produttori del settore è, rispettivamente, del 94,3% e dell’87,4%), così come in Sicilia (59,8%), anche se in quest’ultima regione è rilevante anche la produzione ortofrutticola (38,8%).
In Trentino Alto-Adige quasi il 90% dei produttori lavora nel settore ortofrutticolo al quale è dedicata quasi tutta la superficie certificata nella regione. Nel 2021 il 41,2% dei trasformatori si ripartisce tra l’Emilia-Romagna (18%), la Toscana (13,8%) e la Campania (9,4%).
In Emilia-Romagna il 19,7% dei trasformatori è attivo nella Preparazione di carni, il 33,4% nel settore lattiero-caseario, mentre il 33,7% opera nel comparto degli ‘Altri settori’. In Toscana si conferma la forte specializzazione nel settore olivicolo-oleario anche per l’attività di trasformazione (molitore e/o imbottigliatore) svolta dal 62,7% delle imprese della regione. In Campania il 46,5% dei trasformatori opera nel settore delle Carni fresche.
In lieve flessione il settore dei Formaggi
Come per la Preparazioni di carni, anche il settore dei Formaggi si sviluppa lungo un’articolata e densa rete di rapporti tra gli allevatori e i trasformatori in quanto il latte di un medesimo allevamento può essere destinato alla preparazione di formaggi diversi.
Nel 2021 il settore può contare su 24.637 operatori, 23.644 produttori e 1.436 trasformatori (per approfondimenti si veda la Nota metodologica nel documento allegato).I primi prodotti di qualità per numero di operatori sono: Pecorino Romano, Pecorino Sardo e il Grana Padano.
Rispetto al 2020 il settore segna una flessione dello 0,7% (sia per i produttori che, più in generale, per gli operatori) in tutte le ripartizioni geografiche considerate, con la sola eccezione delle Isole. Ed è proprio nelle Isole che si localizza il maggior numero di produttori (43,6% nella sola Sardegna) e di allevamenti.
Seguono la Lombardia (con il 13,5% dei produttori) e l’Emilia-Romagna (11%). In quest’ultima regione, inoltre, è presente il maggior numero di trasformatori del settore (31,5% del totale nazionale) pari, in valore assoluto, a 453 imprese che, in media, gestiscono ognuna 1,5 impianti.
E’ possibile consultare il report integrale e i relativi approfondimenti cliccando qui:
La forza dei prodotti a marchio DOP e IGP sta facendo da traino all’export italiano in un momento, a livello globale, complicato sia dalla crisi post pandemica che dalla guerra in Ucraina.
È un sistema che coinvolge nel suo complesso duecentomila operatori e 291 consorzi di tutela. Nonostante la chiusura dei mercati extra UE e i due anni di stop and go per il Covid, si è registrata una buona tenuta della cosiddetta Dop Economy, che nel 2021 ha raggiunto il record di fatturato alla produzione con un valore di 19,1 miliardi di euro, segnando un +16.1% e un +12,8% di export (dati Ismea-Qualivita 2022).
Tuttavia esiste un altro giacimento di prodotti Made in Italy che fanno da volano per l’economia interna, generando ricchezza sia direttamente, con la vendita degli stessi, che indirettamente, con il turismo per conoscerli e apprezzarli. Si tratta dei PAT, Prodotti Agroalimentari Tradizionali, istituiti con Decreto Ministeriale 8 settembre 1999, n. 350.
I PAT sono tutelati a livello nazionale e non comunitario come le DOP, le IGP e le STG, e vengono inseriti in appositi elenchi grazie alla collaborazione tra Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (ex MIPAAF) e Regioni.
“Ai fini del presente decreto sono considerati prodotti agroalimentari tradizionali quelli le cui metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura risultano consolidate nel tempo. Per l’individuazione dei prodotti agroalimentari tradizionali le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano accertano che le suddette metodiche sono praticate sul proprio territorio in maniera omogenea e secondo regole tradizionali e protratte nel tempo, comunque per un periodo non inferiore ai venticinque anni.”
Per queste eccellenze italiane, quasi mai gli anni sono venticinque, in genere sono infatti molti di più e non è difficile che si parli di tradizioni secolari. Produzioni limitate come quantità che però costituiscono l’ossatura del patrimonio enogastronomico italiano, emblemi di ciascuna Regione che possono nascere solo in quel determinato territorio perché è lì che il sapere popolare ha saputo valorizzare quello che la terra offre.
L’ultima revisione, la ventiduesima, è stata pubblicata in GU il 21 Marzo 2022 e ne riconosce 5450, la Campania ne detiene da sola 580, aggiudicandosi il record della Regione con più PAT.
La loro suddivisione negli elenchi ministeriali è fatta per Regione e per categoria: bevande alcoliche, carni e frattaglie, formaggi, grassi, pasta fresca e prodotti di panetteria, prodotti di origine animale (miele), gastronomia, pesce, prodotti vegetali naturali o trasformati.
Le PAT casearie (in cui non rientra il burro che si trova invece nella categoria dei grassi), sono sempre una lista molto lunga di prodotti in tutte le Regioni, a prescindere dall’estensione o dalla densità abitativa, e forse sono quelle che più rappresentano il legame fra territorio e cultura popolare. Le razze animali da cui si produce il latte per la produzione di formaggio sono un patrimonio da tutelare, a cui viene riconosciuto un ruolo primario sia per la nutrizione che per lo sviluppo rurale. Con il rischio di estinzione che oggi molte di esse corrono, tutelare questi prodotti diventa un modo per valorizzare razze autoctone che, seppur con pochi capi, riescono a mantenere quella che definiamo biodiversità. Ad esempio, un formaggio tipico della val di Saviore, in Valle Camonica, il Fatulì, viene realizzato con solo latte di capra Bionda dell’Adamello, prodotto solo in alpeggio e con caratteristiche organolettiche uniche.
Non di rado un prodotto PAT è anche un Presidio Slow Food, e il Fatulì è fra questi.
Ci sono poi formaggi nati come prodotti di recupero, tipo il Graukaese, ottenuto da latte scremato dopo aver prodotto il burro e che è oggi l’emblema dei formaggi altoatesini, più della stessa DOP Stelvio.
Ci sono ancora prodotti che sono considerati ‘border line’, perché la tradizione non può essere standardizzata per definizione e spesso il processo produttivo si scontra con le normative, soprattutto europee, in materia di sicurezza alimentare.
I racconti potrebbero essere potenzialmente infiniti: storie, arte, cultura, tutto questo dietro ad una forma. Ma quello che conta è che grazie a questi prodotti è possibile mantenere vive non solo le tradizioni, ma il tessuto sociale di questi piccolissimi distretti produttivi che sono a rischio continuo di spopolamento. La loro salvaguardia è garanzia vera di tutela del made in Italy che ha reso l’Italia uno dei Paesi più acclamati e imitati al mondo.
Settimana stabile per le quotazioni delle principali materie prime ad uso zootecnico sulla Borsa merci di Bologna.
Gli unici cali sono quelli rilevati per il mais comunitario e non comunitario (-2,00 euro/ton) e per le polpe cubettate (-5,00 euro/ton).
Aumentano le farine d’estrazione di soia (tra +5,oo e +10,00 euro/ton).
Nella tabella di seguito tutti i dettagli e le variazioni rispetto alla settimana precedente.
| LISTINO BORSA MERCI BOLOGNA (EURO/TON) | ||||
|---|---|---|---|---|
| DENOMINAZIONE | ALIMENTO | 22 DICEMBRE 2022 | 29 DICEMBRE 2022 | VARIAZIONI |
| Granturco | NAZIONALE (con caratteristiche) | 337,00 | 337,00 | 0 |
| COMUNITARIO | 325,00 | 323,00 | -2,00 |
|
| NON COMUNITARIO | 325,00 | 323,00 | -2,00 |
|
| AD USO ENERGETICO | 270,00 | 270,00 | 0 | |
| Cereali foraggeri | ORZO NAZIONALE (Kg/hl 65 e oltre) | 315,00 | 315,00 | 0 |
| ORZO ESTERO | 314,00 | 314,00 | 0 | |
| SORGO ESTERO | n.q | n.q | ||
| Cruscami di frumento tenero | CRUSCA E CRUSCHELLO | 265,00 | 265,00 | 0 |
| TRITELLO | 290,00 | 290,00 | 0 | |
| FARINACCIO | 315,00 | 315,00 | 0 | |
| Cruscami di frumento duro | CRUSCA-CRUSCHELLO-TRITELLO | 262,00 | 262,00 | 0 |
| FARINACCIO | 305,00 | 305,00 | 0 | |
| Sottoprodotti zuccherificio | MELASSO CANNA | 350,00 | 350,00 | 0 |
| MELASSO BIETOLA | 350,00 | 350,00 | 0 | |
| POLPE CUBETTATE | 375,00 | 370,00 | -5,00 |
|
| Farine vegetali estrazione | SOIA F.E. 44% NAZ OGM | 597,00 | 607,00 | +10,00 |
| SOIA F.E. 44% EST OGM | n.q. | n.q | ||
| SOIA F.E DEC. NAZ. OGM | 602,00 | 617,00 | +15,00 |
|
| SOIA F.E. DEC. EST. OGM | 600,00 | 615,00 | +15,00 |
|
| SOIA F.E INTEGRALE NAZ. NON OGM | 637,00 | 642,00 | +5,00 |
|
| SOIA F.E. INTEGRALE EST. NON OGM | n.q. | n.q | ||
| GIRASOLE INTEGRALE | 320,00 | 320,00 | 0 | |
| GIRASOLE PROTEICO EST. | 378,00 | 378,00 | 0 | |
| COLZA | 395,00 | 395,00 | 0 | |
| Sottoprodotti riso | PULA VERGINE | 275,00 | 275,00 | 0 |
| Agricoltura biologica | ORZO | 380,00 | 380,00 | 0 |
| GRANOTURCO AD USO ZOOTECNICO (min base di legge) | 490,00 | 490,00 | 0 | |
| GRANOTURCO EST. AD USO ZOOTECNICO | n.q. | n.q | ||
| FAVINO | n.q. | n.q | ||
| SEME DI SOIA ZOOTECNICO | 900,00 | 900,00 | 0 | |
| PISELLO PROTEICO (min uso zootecnico) | n.q. | n.q | ||
| CRUSCAMI DI FRUMENTO (FARINA) | 315,00 | 315,00 | 0 | |
| CRUSCAMI DI FRUMENTO (PELLET) | 335,00 | 335,00 | 0 | |
| Varie | BUCCETTE DI SOIA OGM | 412,00 | 412,00 | 0 |
| SEME DI COTONE (min) | 475,00 | 475,00 | 0 | |
| Derivati lavorazione granoturco | SEMOLA GLUTINATA | 331,00 | 331,00 | 0 |
| Prezzi in €/t, pronta consegna, FRANCO PARTENZA BOLOGNA e/o province limitrofe emiliano/romagnole - I.V.A. esclusa | ||||
Approvate dall’Assessorato regionale dell’Agricoltura le Disposizioni per la presentazione e il finanziamento sub condizione delle domande dell’annualità 2023 per l’intervento SRB01 “Sostegno zone con svantaggi naturali montagna” e per l’intervento SRB02 “Sostegno zone con altri svantaggi naturali significativi.
L’obiettivo dell’intervento SRB01 è il mantenimento dell’attività agricola e/o zootecnica in zona montana, contribuendo al presidio delle aree fragili attraverso l’erogazione di una indennità annuale per ettaro di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) ammissibile che compensi almeno in parte gli svantaggi che gli agricoltori devono affrontare per lo svolgimento delle attività agricole e di allevamento, rispetto alle zone non soggette a svantaggi naturali.
L’obiettivo dell’intervento SRB02 è il mantenimento dell’attività agricola e/o zootecnica nelle zone soggette a vincoli naturali significativi diverse dalle zone montane (zone svantaggiate) contribuendo al presidio di delle aree fragili attraverso l’erogazione di una indennità annuale per ettaro di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) ammissibile che compensi almeno in parte gli svantaggi che gli agricoltori devono affrontare per lo svolgimento delle attività agricole e di allevamento, rispetto alle zone non soggette a svantaggi naturali.
Entrambi gli interventi concorrono ai seguenti obiettivi specifici:
– SO1 “Sostenere un reddito agricolo sufficiente e la resilienza del settore agricolo in tutta l’Unione per migliorare la sicurezza alimentare e la diversità agricola nel lungo termine e provvedere alla sostenibilità economica della produzione agricola nell’Unione”;
– SO6 “Contribuire ad arrestare e invertire la perdita di biodiversità, migliorare i servizi ecosistemici e preservare gli habitat e i paesaggi”.
L’Amministrazione regionale, si riserva la facoltà di modificare e integrare il presente atto e di impartire ulteriori disposizioni per l’attuazione degli interventi, in particolare:
- alla presentazione e gestione delle domande e dei relativi procedimenti amministrativi;
- alla condizionalità rafforzata ai sensi dell’articolo 12 del Reg. (UE) 2021/2115;
- alla condizionalità sociale ai sensi dell’articolo 14 del Reg. (UE) 2021/2115;
- al sistema delle riduzioni ed esclusioni da applicare in caso di inadempienze del beneficiario;
- al trattamento dei dati personali a ulteriori disposizioni utili per l’attuazione degli interventi.
Maggiori informazioni sono disponibili, cliccando qui































































